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Il sogno in micropsicoanalisi: punti di riferimento


Se il contrario è accettabile da quasi tutti i punti di vista,
il dubbio lo è necessariamente per ognuno di essi.
E questa è la cosa più grandiosa.

Marcel Proust scriveva: "il sogno era ancora uno di quei fatti della mia vita... di cui non disdegnavo l'aiuto nella composizione della mia opera". E lui, che era in perenne comunione con ciò di cui noi siamo fatti, poteva scriverlo, ricordandosi ad esempio del "sentimento dell'esistenza così come può fremere nel fondo di un animale".
Oppure ancora, trovando Albertine addormentata, gli dava l'impressione di essere "diventata una pianta" che aveva l'"aspetto di un lungo stelo in fiore". Essa era animata solo "dalla vita inconscia dei vegetali, degli alberi...". Ed aggiungeva "dal momento in cui Albertine dormiva un po' profondamente, cessava di essere soltanto la pianta che era stata (...), era per me un intero paesaggio (...) sensualmente delizioso così come le notti di luna piena...".
E Proust, oltrepassando il regno animale-vegetale, paragona Albertine ad "... una pietra che contiene in sé la salinità degli oceani immemorabili..." ed "ai raggi di una stella". Ciò gli fa aggiungere, andando oltre i regni animale-vegetale-minerale: "Sentivo che toccavo soltanto un involucro chiuso di un essere che, attraverso la sua interiorità, accedeva all'infinito".
Infine Proust, come tra sé e sé...: "Potrei — scriveva — (...) potrei continuare (...) a mettere dei tratti sul viso di una passante quando, al posto del naso, delle guance e del mento, non dovrebbe esserci altro che uno spazio vuoto...".
Il sogno... un animale... una pianta... una pietra... l'infinito... il vuoto, ed ecco che Proust (almeno in Occidente) è in qualcosa un precursore della micropsicoanalisi!
Queste citazioni di Proust sono tratte dal bellissimo articolo su Les études françaises di Nicole Deschamps. Vorrei estrarre ancora quest'ultima frase: "Se è vero che il mare sia stato un tempo il nostro ambiente vitale, dove si debba re-immergere il nostro sangue per ritrovare le forze, lo stesso dicasi dell'oblìo, del nulla mentale”.

All'inizio avevo interrotto la citazione alla parola "oblio" poiché mi pareva che le due parole che venivano dopo, "nulla mentale", non aggiungessero granché. Dovetti ritornare a più riprese su quella frase per rendermi conto del fatto che quel "nulla mentale" risultava dalla leggerezza, dalla noncuranza e soprattutto dall'incapacità ad attribuire la giusta importanza alle amnesie.

Il termine "amnesia", la cui etimologia greca significa "perdita di memoria", è stato utilizzato in Francia a partire dal 1803. L'oblìo, invece di essere una benedizione che ci consente di vivere, è in realtà una maledizione che potrebbe farci smarrire.

Un giorno, seduto sulla terrazza di un caffè dove dei bambini piccoli camminavano a quattro zampe, ho domandato a parecchie persone se si ricordavano di avere fatto altrettanto. Nessuno lo ricordava. E tantomeno i genitori molto giovani che erano lì presenti. Al contrario, sembrava che la domanda li meravigliasse, li mettesse a disagio. Loro, trascinarsi in terra come piccoli quadrupedi? Non ci credevano affatto pur avendo i loro neonati sotto gli occhi.

Da parte mia, più osservavo quei bambini e più mi dicevo che varrebbe la pena sapere se sono dei perversi polimorfi (tra l'altro per ascendenze animale-vegetale-minerale-energetica) e tenerne conto.

Infatti, ieri, ieri sera, io stesso camminavo a quattro zampe. Che dico, ieri, ieri sera? Se ciò è vero per la mia filogenesi, lo è pure per la mia ontogenesi. In modo tale che, al di là della risposta data alla Sfinge se nel giro di qualche mese o qualche anno mi capita di camminare ai tre zampe, nulla mi impedisce di pensare che, più tardi, quando non potrò più tenere il mio bastone, camminerò di nuovo a quattro zampe.

Ma che cos'è questo uso dell'imperfetto e del futuro? Posso prendere in considerazione in questo momento che, nel mio es, cammino ancora e già quattro zampe. E con questo "io", intendo chiunque: l'ignorante o il premio Nobel, il non credente o il Dalai-Lama.

Questo ci potrebbe essere d'aiuto se lo realizzassimo, se lo realizzassimo veramente? Certamente. Ed è proprio per questo che ci dovremmo porre questa domanda, alla quale dovremmo ridar significato, vita, tener conto del fatto che non si tratta di un punto di vista ma di un dato fondamentale, determinante, decisivo della nostra storia, quando gli incubi-sogni già e ancora ci costruivano; quando i nostri incubi-sogni già e ancora stavano facendo quello che siamo diventati, stavano facendo quello che stiamo per diventare.

ln pratica, io dirò che se non metto a fuoco gli attori che camminano a quattro zampe, ricoperti di quello che chiamano morale, intelligenza o altro, non capisco quello che succede nel mondo da sempre (come in Ruanda, in Bosnia, in Somalia e in tutte le Hiroshima e Auschwitz) e non capisco nemmeno i miei sogni e ancor meno i turbamenti che servono da resti diurni.

Provate a raccapezzarvi tra i pro-europei e gli anti-europei senza conoscere i costumi sociali degli scimpanzé! Provate a scoprire, arrivando fino ai nostri sogni, il perché delle orge sessuali senza conoscere i costumi dei bonobo. Ho parlato a Neuchâtel di due scimmie delle quali possediamo il medesimo patrimonio genetico al 99%, comprese analoghe proteine e DNA, e che sono geneticamente più vicine a noi che ad altre scimmie! Ebbene, i nostri atleti olimpici che saltano da una sbarra all'altra, i ginnasti che volteggiano al trapezio, i giovani sportivi che si lanciano per afferrare i loro cerchi, non tentano forse semplicemente di rifare ciò che facevano?

È già da molto tempo che in biologia si studia la cellula con l'aiuto di microscopi molto potenti, di reazioni chimiche e di altri ausili per sapere da dove vengono questi piccolissimi dettagli e ciò che rappresentano. Nell'interpretazione dei sogni, volersi fermare all'inconscio, significa fermarsi all'umano senza occuparsi da dove venga e di che cosa sia fatto. È questa probabilmente la ragione per cui l'interpretazione dei sogni non ha finora convinto che una piccola parte di persone.

Com'è possibile comprendere ciò che il sogno significa tralasciando i trascorsi infantili-uterini-animali-vegetali-minerali? Come possiamo ritrovarci se tralasciamo la nostra origine primordiale che avviene tramite l'organizzazione energetica del vuoto, quando siamo ancora parte inerente di quelle tappe evolutive? Così facendo, va da sé che non parlo di evoluzione in termini di bene o di male, né soprattutto di progresso. Siamo semplicemente passati attraverso dei tentativi neutri, indipendenti da noi, che ci hanno portati a ciò che siamo adesso. Si dovrebbe dunque giungere ad ammettere che siamo un contenente animale-vegetale-minerale-energetico di un contenuto animale-vegetale-minerale-energetico e che contenente e contenuto provengono da un vuoto neutro costellato di energia, per il quale è perfettamente uguale che noi esistiamo oppure no. In ogni caso, non esistiamo forse per un tentativo e per un pugno di secondi?

Certamente ciò va ben oltre quello che Freud chiamava "le tracce di situazioni vissute dai nostri antenati", come "l'inconscio collettivo" di Jung. E so che non è facile! Per convincersene, è sufficiente vedere il disagio che alcuni analizzati provano quando parlano della loro origine. Che fatica confessare che fra gli antenati vi erano dei poveri, dei mendicanti, degli analfabeti (beati loro!).

Se questo vale per delle piccolezze, si comprende perché l'essere umano esiga, con accanimento aggressivo, di considerarsi un prodotto a parte della natura, come se non ne facesse parte, come se fosse dotato di virtù specifiche.

Pertanto, che lo si voglia o no, i sogni ci fanno ricordare che, saltellando a quattro zampe e volteggiando di ramo in ramo, abbiamo fatto un formidabile cammino da quando eravamo rettile-pesce-alga. Ed in questi sogni, rifacciamo ogni movimento del rettile, del pesce, della scimmia, non soltanto dalla nostra nascita, ma dall'istante in cui siamo stati concepiti. Sì, della scimmia, come quando, nell'utero, la madre ci iniziava ai sogni reciproci.

Ma posso interpretare questi sogni solo attraverso sedute lunghe di micropsicoanalisi e soltanto se li conosco a memoria. Non per averli imparati a memoria, ma per averli ripetuti, fino a quando essi si presentano come in uno scenario "logico". Jung diceva: "Io so che se meditiamo abbastanza a lungo e completamente su di un sogno, se lo studiamo e lo rivoltiamo in ogni senso, ne uscirà sempre qualche cosa". Per meditazione, Jung intendeva una ricerca contemplativa simile, per esempio, ai sonnambuli di Paul Delvaux.

Ora, nella seduta lunga, si riscontra quasi sempre che l'analizzato è riluttante a ripetere il suo sogno più di tre o quattro volte, come prova di una certa paura di trovare il contenuto latente, o di entrare in contatto con l'inconscio e le sue origini. Il micropsicoanalista tuttavia, anche se ciò è facilmente comprensibile, non dovrebbe accettarlo.

Sarebbe pertanto bello poter gridare che i sogni sono rivestiti di aderenze animali-vegetali-minerali-energetiche, che cerchiamo di vivere dl questi sogni, che ciò vale per tutti gli esseri umani e stabilisce il loro comune denominatore, superando ogni questione razziale. A conferma dl ciò, non si è forse scoperto che ci può essere più differenza genetica fra due bianchi che fra un bianco ed un nero?

Da ciò probabilmente deriva il fatto che, quando mi capita di fare un sogno concernente il sogno di un'altra notte, ho l'impressione che il resto diurno si comporti come una suggestione post-ipnotica, che si riallaccia ad un dato pre-esistente, come se il sogno riattivasse un germoglio di resti diurni filogenetici, in epifenomeno per definizione sovraaggiunto. In quest'ottica, tenendo presente ciò che dicevo nella prefazione di La micropsicoanalisi, che tutti i sogni non costituiscono che un unico sogno che non ci appartiene, formulerei un'ipotesi o, meglio, mi domando oggi se il sogno non è forse provocato e realizzato dall'energia iniziale che ha preceduto la comparsa dell'atomo. Sarebbe allora ciò che chiamerei una "energia pura" a tessere il sogno, mediante la fluidità integrale del meccanismo sinaptico interneuronale. Attraverso il locus coeruleus, rampa di lancio sempre in allerta, saremmo così in continuo contatto con la sorgente cosmica, facendo del sogno la vita soggiacente la vita, provocando nello stesso tempo la spinta dell'aggressività-sessualità che indifferentemente crea e distrugge. Questo spiegherebbe l'universalità, la perdurabilità e la neutralità del sogno, a disposizione dell'essere umano ben prima della sua esistenza. Sarebbe così spiegata la sensazione viscerale, nella seduta lunga, che il sogno non inizia mai e non finisce mai. E non come lo intendeva Freud, dicendo che si può sempre spingere oltre l'interpretazione di un sogno, ma nel senso micropsicoanalitico, cioè che si potrebbe perseguire l'interpretazione di un solo sogno fino a quando essa, da sola, sia sufficiente a spiegare tutti i sogni. Ciò mi dà la stessa vertigine di quando prendevo una qualsiasi definizione di sogno nel Dizionario di psicoanalisi e di micropsicoanalisi ed attorno ad essa potevo, nella mia mente, costruire centinaia di definizioni.

Il sogno farebbe pertanto l'essere umano ed in seguito costituirebbe le società e le civiltà. Non per niente un pastore diceva in seduta: "... ho sognato che l'umanità si avvicinava verso una specie di onnipotenza che avrebbe finito per distruggerla ma soprattutto, calamità delle calamità, essa sarebbe sparita senza lasciare traccia... Ritornerà così alla sua origine di particelle energetiche che non avrà voluto riconoscere quando essa era un furtivo amalgama? ... Il male del nostro secolo sarebbe allora un dato significativo della nostra ignoranza voluta... sarebbe quello, 'il peccato'?".

Prima ho parlato degli scimpanzé-bonobo. In quale momento compare la differenza tra queste scimmie, che penso non conoscano "il peccato", che non hanno bisogno né di Dio né di guerre, e l'uomo, che ne ha bisogno? Direi, pensando a "Totem e tabù", che la differenza risalga alla comparsa di Edipo. Ogni essere umano che non ha liquidato il suo Edipo adotta un dio. E non conosco nessuno che l'abbia liquidato. La natura di questo dio e di ciò che l'uomo ne fa dipende dalla violenza inconscia, estremamente colpevolizzante, con la quale egli ha "ucciso" il rivale adulto della sua prima infanzia da un lato e, dall'altro lato, dalla riuscita più o meno buona nel resuscitarlo. Qualunque sia questo dio, non può essere, per la cerniera edipica, che un dio vendicatore. Di qui la necessità delle manifestazioni d'aggressività individuali e collettive.

Ecco perché utilizzo da tanto tempo nel mio lavoro, e automaticamente, la parola "relitica" per indicare una qualsiasi situazione sociale, essendo "relitica" la contrazione di religione e politica.

Infatti, il sogno preforma ciò che si potrebbe chiamare la religiosità umana, poi gli imperativi locali la trasformano in una data relitica. Sembra allora evidente che una religione, di conseguenza, deriva dal sogno, dopo che essa diventa la matrice della politica se, per di più, ci si ricorda della matrice aggressivo-sessuale-edipica come luogo di saldatura.

Poiché il sogno ha creato la relitica, non è raro, sviscerando sufficientemente il contenuto manifesto, scoprire questa congiunzione, ora nella sua dominante religiosa, ora nella sua dominante politica, di modo che il contenuto latente, sul traliccio dell'organizzazione energetica del vuoto, finisce per sembrare un libro aperto.

È noto da sempre che religione e politica sono intimamente legate. I faraoni erano contemporaneamente dèi e capi di stato. Anche se in Cina non si pratica una religione propriamente detta, Confucio, nel sesto secolo a.C. era contemporaneamente pensatore e uomo di stato. I romani proclamarono "religio instrumentum regni", cioè "la religione è lo strumento del potere". Péguy riassunse splendidamente questo complesso relitico evocando il cammino "dalla mistica alla politica".

Recentemente, leggevo sulla Revue des deux mondes (marzo-aprile 1880), sì, 1880, l'affermazione del nunzio apostolico Roberti: "Bisogna avere un'infarinatura di teologia e farsi un corredo di cognizioni politiche!"

Ma non vorrei continuare con considerazioni elevate continuando a parlare, per esempio, di Richelieu, Mazarin o Talleyrand, prìncipi della chiesa che segnarono i grandi momenti della politica francese. O ancora di Napoleone, che si fa consacrare imperatore dal papa Pio VII o del Presidente degli Stati Uniti che presta giuramento sulla bibbia. Il mondo intero non parla forse ancora oggi del sacerdote Aristide che riprende il potere ad Haiti?

Al contrario mi piacerebbe (forse troverete questo passaggio troppo lungo, ma non posso fare altrimenti) limitarmi a considerare la signora ed il signor Tal dei Tali nella loro vita quotidiana, servendomi di un libretto che mi ha appena inviato un'amica di Montréal. Libro di un autore che ha studiato all'Accademia San Luigi di Gonzaga ed al collegio dell'Assunzione, che ha praticato la medicina a Sainte-Madeleine de la Rivière-Madeleine, all'ospedale Mont-Providence ed all'ospedale Saint-Jean-de-Dieu. Che ha ricevuto un premio dalla Società Saint-Jean-Baptiste ed è morto nella sua casa di Saint-Lambert.

Mi immagino facilmente, questo medico, mentre fissa i suoi appuntamenti sul calendario di una fabbrica di prodotti farmaceutici ricevuto dalla Svizzera protestante, e che dà come riferimenti: l'Epifania, le Ceneri, la Domenica delle Palme, Venerdì Santo, Pasqua, Lunedì di Pasqua, l'Ascensione, la Pentecoste, lunedì di Pentecoste, il Corpus Domini, l'Assunzione, Ognissanti, l'Immacolata Concezione, Natale, Santo Stefano.

Me lo immagino ancora mentre visita Parigi e prende il metrò a Saint-Augustin, Saint-Placide, Saint-Sulpice, Saint-Germain, Saint-Paul, Saint-Gervais, Saint-Michel, Saint-Denis, Saint-Sébastien, Saint-Marcel, Saint-Lazare, Saint-Georges, Saint-Ambroise, Saint-Maur, Saint-Cloud, Saint-Ouen, Saint-Mandé...

Parigi, città laica! Città di Diderot e degli Enciclopedisti, dove aleggiava, ed aleggia tuttora, così sembra, lo spirito di Voltaire. Parigi, città della rivoluzione di Robespierre, di Marat, di Sade, di Danton. Parigi, capitale dei diritti dell'uomo...

Sì, il passaggio era lungo, ma è perché mi sembra che non ci si renda conto, credenti o no, che si passa la giornata a recitare litanie religiose. E perché no? Ma bisognerebbe essere molto ingenui per pensare che un siffatto bombardamento relitico lasci l'essere umano indifferente nel corso delle generazioni. Al contrario arriva a dipenderne, almeno in parte, senza accorgersene. Lo si vede nelle sedute lunghe, nei resti diurni, nei sogni, nei resti notturni. Accettato o rifiutato, a seconda del terreno, ma mai indifferente.

È interessante notare che i sogni di tutti (dagli apostoli ai marxisti) si agglomerano intorno ad un sogno-guida (Gesù, Marx) e che il più delle volte si elaborano in una religione, una setta, un'ideologia; in breve, nell'una o nell'altra relitica. Ci si può anche chiedere se, quand'anche per realizzazione onirica, tutte le guerre passate fossero di origine relitica latente, se la prossima guerra mondiale non sarà addirittura di origine relitica manifesta. Potremmo assistere ad una crociata universale, resa fanatica da migliaia di elemosinanti sognatori?

Poiché è soprattutto in gruppo che l'uomo relitico si trasforma facilmente in un pazzo furioso e pericolosissimo (come si vede quotidianamente in televisione) e non può sfuggire al suo destino. Senza la guerra e la sua accurata preparazione, l'uomo intelligente, normale, morale, è perduto. L'uomo relitico muore senza il genocidio periodico-parossistico. E non c'è via d'uscita, dato che la relitica è, al di là di Edipo, l'eco del sogno che ci costituisce. La sua forza è quindi infinita e le rivoluzioni e le persecuzioni nulla possono contro di essa. Perché allora stupirsi del numero incalcolabile di religioni, di sette e di politiche che hanno ricoperto, che coprono e copriranno la terra? Si potrebbe arrivare a dire "tanti sogni, tante relitiche", poiché ogni adepto concepisce la stessa relitica a modo suo, quali siano l'accanimento dell'indottrinamento e dei "lasciate che i pargoli vengano a me".

È per questo che l'Ebreo intelligente vive nel 5754, il Buddista intelligente nel 4524, il Cristiano intelligente nel 1995, il Musulmano intelligente nel 1414.

E non conosco nessuno dotato di intelligenza che non abbia calcolato quanti anni avrà nel 2000, anno fatidico, artificiale, in una parola, anno 2000 che non arriverà mai.

Allora, che è mai l'intelligenza? Le sedute lunghe mi insegnano a diffidarne come della peste.
Per esempio, Ebrei, Buddisti, Cristiani, Musulmani e tutti coloro che politicamente si definiscono di sinistra o di destra, fanno gli stessi sogni, e per citarne qualcuno: perdere i denti, essere nudi in mezzo alla strada, voler fuggire e rimanere invece inchiodati al suolo, cadere in un baratro, volare come un uccello. Ma, rifiutando la fondamentale trilogia: onirico-energetico-genetico, essi non tengono conto di ciò che li riguarda nel modo più radicale. Con la loro intelligenza, mi ricordano i tre ragazzini a scuola: mio papà mi ha costruito i carri armati più robusti, mio papà mi ha costruito le pistole che sparano più lontano, mio papà mi ha costruito gli orologi che vanno più in fretta.

È vero che senza relitica, elemento, tra gli altri, di profonda coesione sociale, l'essere umano sarebbe scomparso da molto tempo. Ciò non toglie che a partire da essa, dato che ogni relitica è il prodotto della scarsa conoscenza di sé, si picchia, si uccide, si violenta. I milioni di donne violentate nel corpo hanno minore importanza rispetto ai miliardi di donne e di uomini violentati nello spirito. E ci si uccide.

A questo proposito, un giorno bisognerà pur riconoscere il legame tra i resti notturni, il mascheramento relitico che ne viene fatto, ed il suicidio. Si ripete che la Svizzera detiene il record mondiale in fatto di suicidi di giovani, nonostante la ricchezza, l'ordine e la pulizia. Ma questa non è neanche lontanamente la realtà. È sempre più riconosciuto che i numerosi morti in guerra sono dei suicidi, soprattutto nel caso degli eroi decorati per meriti di guerra. Basti pensare ai giovani ufficiali di Saint-Cyr che, nel 1914, attaccavano il nemico stando fieramente issati sul loro cavallo, la testa ornata di un casuario con piume bianche e rosse, costituendo così dei bersagli che i Tedeschi non potevano mancare. E caddero in ranghi serrati. Eh sì, il sogno non soltanto non fa della teoria ma può anche essere un colpo di fucile.

Si vede quindi che, ancor oggi, l'essere umano relitico generalmente non si nutre di illusioni, bensì di allucinazioni. In una parola, nulla nel modo in cui vive la sua vita corrisponde alla realtà. Egli pensa, per esempio, che la morte esista — eppure già gli Antichi sapevano che nulla si crea e nulla si distrugge — ed ignora il fatto che non sia possibile "venire al mondo" o "lasciare questo mondo", che si è in esso, e nell'universo, da tutta l'eternità e per tutta l'eternità.

Il prezzo di quest'ignoranza è talmente grande che non vi è modo di pagarlo e che l'uomo ipoteca in tutto e per tutto la permanenza terrestre, come si può vedere nella vita quotidiana, nei sogni e negli incubi.

Quanto sarebbe più piacevole e meno oneroso, mentalmente, pensare a Proust: "io toccavo solamente l'involucro chiuso di un essere che, attraverso la sua interiorità, accedeva all'infinito". La tensione energetica da cui proveniva questo essere si è persa. L'involucro sparisce ma la lettera resta, dato che la morte non è altro che un tentativo sui generis che non modifica nulla. Essa (la morte) non interrompe il sogno.

A questo punto potrei divertirmi a desacralizzare questo famoso sogno, a demistificarlo, dandone, ad esempio, una definizione virtuale che potrei formulare così: sogno, telepresenza continua per interazione dell'adesso ritrovato e del sempre modellato, oppure, ancora parlando del sogno, che esso, in fin dei conti, non è che un'attività come un'altra, un tentativo, insomma, tanto neutro quanto un altro.

Ma qui, Signore, Signori, cominciamo a sentire Orfeo che suona la sua lira dal fascino insidioso, unificatore-devastatore, Orfeo, superbamente ipnotico, che ride di Edipo, per la sua inconsapevole scelta di dannazione, Orfeo che si sottomette a tutti i tabù tranne che a quello che lo farà morire, Orfeo infine, dall'Ide arrischiante e quindi divinamente umano... ascoltate... ascoltate bene!... è Orfeo che fa sognare la sua lira...

È allora assai meglio tapparsi le orecchie... Sì, è molto meglio fermarci qui...

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