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La micropsicoanalisi

La micropsicoanalisi, istituita da Silvio Fanti negli anni cinquanta, prende origine dalla psicoanalisi freudiana. Si tratta di un metodo associativo di indagine psichica caratterizzato da sedute lunghe (sedute quotidiane di tre ore) e da supporti tecnici (studio, durante la seduta, di documenti personali quali fotografie, corrispondenza...). Queste innovazioni pratiche potenziano la dinamica associativa e facilitano la verbalizzazione e le abreazioni. I contenuti psichici diventano così analizzabili nei minimi dettagli e fin negli elementi rimossi a livello dell’inconscio. Questo è il senso del prefisso micro di micropsicoanalisi.

Le innovazioni micropsicoanalitiche vertono specificamente sulle associazioni libere, che costituiscono il perno del metodo messo a punto da Freud per deci frare l’inaccessibile inconscio e la sua memoria genealogica. Queste innovazioni amplificano il campo e la profondità del processo associativo, dotandolo di un ritmo che gli assicura una continuità lungo tutto il lavoro analitico. Evidenziando i minimi dettagli della vita attuale e passata, familiare e ancestrale, esse favoriscono l’elaborazione dell’intimità corporea, psicoaffettiva e relazionale, la collegano fisiologicamente a vissuti utero-infantili e a schemi filogenetici, facendo così risaltare le linee ripetitive.
La micropsicoanalisi stimola il passaggio alla coscienza ed eventualmente la presa di coscienza di formazioni psichiche patogene, di desideri critici così come delle difese che questi suscitano. Grazie al lavoro in sedute lunghe, l’elucidazione dei conflitti nevrotici e il bilanciamento delle tensioni psichiche si fanno spesso più rapidamente, in maniera più naturale e nel senso globale di un’omeostasi psicocorporea.
Le ripercussioni associative e i risultati clinici ottenuti con questo nuovo metodo hanno permesso la ridefinizione di numerosi aspetti del modello teorico freudiano. La metapsicologia micropsicoanalitica situa lo psichico in una dimensione psicobiologica che conferisce all’es di Groddeck il suo vero valore, inscrivendo l’uomo, le sue basi energetiche (strutturali) e le sue basi dinamiche (pulsionali) in un modello universale chiamato da Fanti Organizzazione energetica del vuoto.

Le sedute lunghe

Definizione
« Sedute di più ore, in media tre o quattro, che si svolgono tutti i giorni o almeno cinque volte alla settimana. Così definite, le sedute lunghe costituiscono il modulo principe della micropsicoanalisi. I due parametri caratteristici, la durata e la frequenza, sono complementari e imprimono un ritmo proprio alla dinamica associativa delle sedute lunghe.


Perché delle sedute di tre ore?
L’analizzato deve disporre di tempo per sentirsi a suo agio nella situazione analitica, uscire dal suo spazio-tempo abituale, allentare a poco a poco la presa, lasciarsi andare, accettare le associazioni nella libertà con la quale emergono e seguirle attraverso delle associazioni di parole. Le preoccupazioni apparentemente futili, i fastidi quotidiani, i piccoli incidenti occasionali, inclusi gli imprevisti che possono capitare recandosi in seduta, hanno la possibilità di essere raccontati senza che l’analizzato cerchi di cortocircuitarli per andare direttamente a ciò che crede essenziale. La verbalizzazione di questi fatti banali, che spesso innervosisce e può parassitare interamente una seduta corta, nelle sedute lunghe innesca il processo associativo e permette, generalmente all’insaputa dell’analizzato, di connettere il materiale attuale al materiale vitale.

Per rispettare questo spazio-tempo associativo, ogni riferimento orario è sospeso: in particolare, l’analizzato si toglie l’orologio quando si sdraia sul lettino. Senza occuparsi dei minuti che passano, ha tutto il tempo a disposizione per rivivere la sua storia nei dettagli, visualizzarla, soffermarcisi; può andare fino in fondo alle sue abreazioni così come ai suoi silenzi, specialmente ai silenzi che corrispondono al superamento di una resistenza, all’assimilazione di un intervento o a una presa di coscienza improvvisa... Durante una seduta di tre ore, il pensiero razionale, l’associazione logica, la preoccupazione per l’aspetto cognitivo, in una parola il mentale, cedono più facilmente e più rapidamente il passo allo psichico e soprattutto al preconscio, dove si svolge il pensiero per libere associazioni, il quale, alimentato dalla vita come dalle manifestazioni dell’inconscio, può materializzarsi nella verbalizzazione. Questo cambiamento di ideazione dipende beninteso dall’insight e dalla capacità associativa dell’analizzato, dal suo tipo di nevrosi e dall’avanzamento del suo lavoro. A questo proposito, è interessante notare che con le sedute di tre ore la nevrosi ossessiva sintomatica non rappresenta più una controindicazione analitica. Nelle sedute lunghe, i circuiti mentali perdono la loro rigidità e tendono ad aprirsi; la lenta elaborazione delle ossessioni, dei rituali, del controllo, del dubbio e delle inibizioni finisce per rendere permeabile la corazza difensiva; le rappresentazioni escono dal loro isolamento-annullamento, si mettono a circolare associativamente e possono ritrovare il loro affetto corrispondente per esprimere delle vere emozioni. Tuttavia, se la seduta di tre ore è il crogiolo della trasformazione dell’ideazione mentale in ideazione psichica, cosa che rende possibile la connessione tra l’inconscio, il preconscio e la verbalizzazione associativa, questa trasformazione presuppone anche la quotidianità delle sedute. L’anello associativo, su cui torneremo a breve, costituisce per l’analista una dimostrazione e una prova della complementarità tra la durata e la frequenza delle sedute.

Perché delle sedute quotidiane?
Le sedute di tre ore, svolgendosi tutti i giorni o come minimo cinque volte a settimana, instaurano un ritmo associativo che, alla luce dell’esperienza, si rivela essere la respirazione fisiologica della psiche. Esse finiscono per integrarsi naturalmente nel quotidiano dell’analizzato e anche per diventarne l’elemento centrale. Questo fa sì che l’analizzato si immerga più rapidamente nella seduta e nell’intimità del suo materiale. Una volta stabilito, questo ritmo si mantiene preconsciamente da una seduta all’altra, purchè tra queste non trascorra più di un giorno. Rammentiamo, a questo proposito, la “crosta del lunedì” di cui parlava Freud per esprimere le resistenze indotte nei suoi pazienti dalla pausa del fine settimana. Il ritmo associativo si svela specialmente durante l’analisi del sogno; per esempio, un dettaglio diurno qualunque, come una sequenza associativa o un frammento di un intervento dell’analista, è utilizzato dal lavoro notturno del sogno, si ritrova il giorno seguente nel racconto del sogno (contenuto manifesto) e si elabora in sequenze associative che, a loro volta, nutrono il sogno della notte successiva...; così, uno stesso elemento può presentarsi, più o meno elaborato, nei sogni di più notti consecutive, i quali giungono a formare una successione o delle serie oniriche vere e proprie.

Complementarità durata-frequenza delle sedute
La portata di questa complementarità durata-frequenza si manifesta con una grande precisione nell’anello associativo, che comincia a formarsi quando l’analizzato si è familiarizzato con la situazione analitica, ha assimilato la regola fondamentale ed è entrato in un ritmo di lavoro quotidiano. A un primo approccio, l’anello associativo può essere visto in questo modo: un tema (argomento, avvenimento, personaggio, sentimento...) è evocato all’inizio della seduta fra numerosi altri temi; segue poi l’elaborazione associativa, nella quale questo tema è assorbito e spesso sparisce come tale; dopo due-tre ore di seduta riappare, tale e quale o sotto forma di un altro tema la cui elaborazione ha rivelato la sua natura di equivalente psichico, corporeo o affettivo. Si constata così che la concatenazione associativa del materiale di seduta ha formato un anello.
Ad un secondo approccio, l’anello associativo svela il suo senso tramite il lavoro equazionale dell’analista. Nell’ascolto con attenzione fluttuante, l’analista è percettivo ai diversi temi che l’analizzato verbalizza, ne segue lo sviluppo, individua i temi cui essi conducono, segue la loro evoluzione associativa... In definitiva, il suo lavoro consiste a mettere in evidenza, nella trama del materiale, delle serie di temi significativi o privilegiati, ovvero temi che presentano delle connessioni preconsce e che hanno valore di equivalenti rispetto a dei temi nucleari inconsci, i quali corrispondono a vissuti utero-infantili specifici. Il lavoro dell’analista è dunque equazionale, nel senso che ha come obiettivo quello di rilevare a livello preconscio delle sequenze di equivalenti psicobiologici che hanno identici sistemi di riferimento inconsci. Con questo schema equazionale, si può considerare l’anello associativo secondo lo schema seguente: un tema iniziale si sviluppa associativamente – dà luogo a diversi temi, che a loro volta si sviluppano e formano una trama associativa – da cui emergono dei temi significativi o privilegiati, che si inscrivono in un’equazione di equivalenti psicobiologici – la cui elaborazione fa riapparire (dopo due-tre ore) il tema iniziale o un equivalente diretto. L’analista, a quel punto, sa che il rimosso ha potuto fare ritorno, attraversare le censure, e che delle manifestazioni aggressive o sessuali sono potute affiorare dai loro nuclei utero-infantili.
Per il micropsicoanalista l’anello associativo è un punto di riferimento estremamente importante. È indice dell’adeguamento del binomio durata-frequenza delle sedute e conferma che questi due parametri hanno una complementarità funzionale. Attesta la qualità del ritmo associativo del materiale, indica che l’analizzato è immerso in un lavoro di elaborazione ampio e profondo, e che il superamento delle resistenze si sta effettuando in modo fisiologico. Infine, è la prova che le equazioni si formano, e assicurano il collegamento tra l’attualità, la memoria preconscia e la memoria inconscia.

Le possibilità di modulazione del binomio durata-frequenza
Le possibili modulazioni del ritmo di lavoro rientrano nella plasticità della micropsicoanalisi, vale a dire nella capacità di questa tecnica di tener conto della personalità dell’analizzato, della sua età e della particolarità della sua nevrosi. In realtà, se si vuole mantenere un ritmo associativo che permetta il formarsi degli anelli associativi, non si dovrebbe accorciare la durata della seduta; praticamente, l’analista può solo giocare sulla frequenza, senza tuttavia scendere sotto le tre sedute settimanali.

Supporti tecnici

Definizione
Si chiama supporto tecnico lo studio, fatto dall’analizzato in seduta, di vari documenti che toccano da vicino o da lontano la sua intimità. Durante una micropsicoanalisi completa, egli studia in maniera descrittiva e poi associativa: 1) il suo albero genealogico da lui stesso costruito 2) le sue fotografie personali e familiari 3) le piantine dei luoghi nei quali è vissuto dalla nascita e che ha disegnato a memoria 4) la sua corrispondenza, in particolare amorosa, e i suoi scritti: diari, quaderni di scuola, appunti di viaggio, poesie... Infine, 5) vengono ascoltate, specialmente alla fine dell’analisi, alcune sedute registrate durante il lavoro.

Questi supporti tecnici sono dei coadiuvanti che necessitano di essere inscritti nelle sedute lunghe per sviluppare la loro propria efficacia psichica. Le sedute lunghe e i supporti tecnici sono dunque inseparabili. Costituiscono un insieme che conferisce all’edificio tecnico della micropsicoanalisi la sua coesione e lo dota di una reale consistenza. Le sedute lunghe danno ai supporti tecnici una portata analitica, dal momento che li inscrivono in un ritmo realmente associativo; mentre i supporti tecnici, stimolando, sostenendo e arricchendo la dinamica associativa, danno un indice di realtà alle esperienze attuali e passate che l’analizzato ha verbalizzato e facilitano lo stabilirsi di una continuità temporale e psicocorporea, sulle quali egli potrà situare l’apparizione delle sue ripetizioni e dei suoi fantasmi.

Conducendo l’analizzato a ricollegarsi a dei vissuti interiorizzati a partire dalle grandi funzioni fisiologiche, a familiarizzarsi con degli elementi della propria intimità sessuale e aggressiva fin nelle loro faccette ancestrali, i supporti tecnici contribuiscono a restituire al corpo il ruolo e il valore che Freud gli assegnava: il corpo è la sede dei nostri primissimi bisogni vitali, delle loro soddisfazioni come delle loro frustrazioni, delle nostre eccitazioni, dei nostri piaceri e dispiaceri iniziali; ed è l’interiorizzazione di tutte queste esperienze corporee che è all’origine della psiche, della nostra memoria rimossa, della meccanica inconscia dei nostri desideri e delle loro realizzazioni, delle nostre difese e della loro sistematizzazione, dei nostri fantasmi aggressivi e sessuali; ne consegue che il corpo (cervello e funzione mentale compresi) è in interazione costante con la psiche, e per questa ragione le pulsioni sono i vettori delle traslazioni biopsichiche e psicobiologiche.


Tecnica
Da un punto di vista pratico, un supporto tecnico viene introdotto nel corso dell’analisi in un preciso momento, determinato dal tipo di materiale studiato, dalla dinamica globale del lavoro e dal contesto associativo immediato, senza tener conto della sintomatologia, per rispettare la neutralità e non prestare il fianco alla preoccupazione terapeutica. Ogni supporto tecnico obbedisce a regole di utilizzo rigorose e specifiche sulle quali non c’è ragione di soffermarsi in questa sede. Schematicamente, lo studio si svolge sempre in due tempi complementari: durante la prima ora di seduta l’analizzato, seduto a una scrivania, osserva e descrive i documenti nei minimi dettagli; poi, durante le due (o più) ore seguenti, la seduta si svolge come al solito sul lettino, dove l’analizzato si lascia andare alle libere associazioni. Affinché la descrizione sia seguita da un tempo di elaborazione sufficiente, la seduta può essere prolungata di un’ora. Lo studio di un supporto tecnico si effettua in generale nel corso di dieci-dodici sedute consecutive e può essere ripreso ulteriormente (ciò accade sempre con lo studio delle fotografie).

Studio descrittivo
L’osservazione e la descrizione dettagliate di un materiale vario mettono l’analizzato di fronte all’insieme della sua vita e a quella della sua famiglia. L’analizzato si concede il tempo per familiarizzarsi con i documenti studiati e per entrare nell’atmosfera del loro contenuto, impregnarsene e interiorizzarla. Grazie ad uno studio minuzioso che lo porta a superare progressivamente la sua visione selettiva, focalizzata e proiettiva – frutto e fonte di pregiudizi –, giunge a scoprire da dove viene, come erano i suoi genitori giovani, chi erano i suoi antenati... Rifà conoscenza con il suo corpo di neonato, segue il suo sviluppo fisico e caratteriale con i relativi cambiamenti e costanti; reperisce le somiglianze, i mimetismi, i disequilibri più o meno passeggeri che può situare cronologicamente, o anche causalmente (per esempio, a partire da una serie di fotografie dell’infanzia potrà evidenziare una correlazione temporale – che non esclude un certo scarto – tra l’inizio di un ripiego totale su se stesso e il disinvestimento della madre, che diventa all’improvviso psichicamente assente, come una madre vuota o morta). Si riimmerge anche nei suoi luoghi in cui è vissuto, dove sono inscritte le esperienze infantili che hanno presieduto alle sue interiorizzazioni, basi del suo sviluppo psicobiologico. Lo studio della corrispondenza traduce implacabilmente in parole cose ed emozioni, e può confortarlo nei suoi vissuti o rivelare delle discordanze come pure delle opposizioni, o ancora svelare dei non detti e dei segreti. Gli fa vivere quasi “in diretta” i suoi stati d’animo, il suo modo di pensare e, spesso, precisa l’epoca in cui hanno iniziato a manifestarsi le angosce esistenziali, le paure fobiche, la depressione, i dubbi ossessivi... Alla fine del lavoro, l’analizzato entra più profondamente nella propria intimità corporea, affettiva, mentale, geografica e prende atto del tenore aggressivo e sessuale delle relazioni con e tra i suoi parenti.
In altre parole, si reinscrive nella propria storia personale e ancestrale e, al di là delle sue ricostruzioni sostitutive (che analizzerà) o delle informazioni soggettive dategli dal suo ambiente, diventa capace di ricollocarla in una realtà relativamente obiettiva, di coglierne le costanti e di reperirne le grandi linee di ripetizioni onto-filogenetiche ed i tracciati fantasmatici.
Dal canto suo, l’analista trae un gran beneficio da queste informazioni, che danno ai suoi interventi un fondamento e dei riferimenti basati sulla realtà osservata, diminuendo e perfino escludendo il rischio di una ricostruzione speculativa o di un’interpretazione abusiva.

Studio associativo
L’interesse essenziale di un supporto tecnico risiede tuttavia nell’elaborazione associativa che segue la fase di osservazione-descrizione. Al di là della realtà obiettiva che rivelano, i documenti studiati conducono l’analizzato a una realtà oggettuale, vale a dire ai vissuti interiorizzati che rappresentano i fattori determinanti dell’ontogenesi.
Le sedute lunghe, con il ritmo associativo che promuovono, fanno sì che i dati percepiti durante l’osservazione-descrizione si integrino associativamente e progressivamente all’insieme del materiale. Effettivamente, un supporto tecnico non è fatto per suscitare o provocare ricordi o abreazioni, ma per dare un indice di coerenza a un materiale in corso di elaborazione. Sul lettino, l’analizzato può sviluppare intenzionalmente e poi, a poco a poco, a sua insaputa secondo un determinismo associativo, un elemento qualunque stimolato durante la descrizione (talvolta un microdettaglio); questo elemento si infiltra e si diluisce nel flusso delle libere associazioni, si articola a diversi episodi della vita, a dettagli provenienti da altri supporti tecnici, a frammenti di sogni... che, grazie alle sequenze e poi alle linee associative che formano, possono trovare le loro corrispondenze con certi vissuti interiorizzati durante la vita utero-infantile. Per esempio, un dettaglio della piantina della cucina dell’infanzia ripreso nel materiale associativo può ricondurre a vissuti rimossi di odori familiari e avvolgenti o al contrario di voracità, di fame frustrante... e fare emergere i desideri corrispondenti di unione fusionale o al contrario di aggressività orale, di vendetta. È proprio il fatto di mettere associativamente in corrispondenza un elemento osservato con un elemento proveniente dall’inconscio a dare al documento il suo peso esistenziale.
I diversi supporti tecnici finiscono per completarsi, arricchendo la trama associativa: un dettaglio fotografico evoca un frammento della corrispondenza, che rinvia a un luogo dell’infanzia, il quale ricorda una faccetta genealogica... Tutte queste catene di informazioni sono introiettate, convergono e si assemblano in virtù di analogie, correlazioni, somiglianze ed equivalenze preconsce, per connettersi alla fine a degli elementi di realtà inconscia. L’autentico lavoro di rievocazione è così potenziato nella sua globalità: un lavoro associativo che crea la memoria piuttosto che riattivare dei ricordi in quanto tali. Un passato si ricostituisce o piuttosto si ricostruisce-costruisce collegandosi all’attuale, ma partendo da elementi veri.

Svolgimento di una micropsicoanalisi

Le sedute lunghe, con la complementarità durata-frequenza che introducono, danno alla dinamica associativa una ritmicità e una continuità che rendono il lavoro più fisiologico. Da parte loro, i supporti tecnici rinforzano questo plusvalore associativo e aggiungono sia una coerenza alle interazioni tra la psiche, il corpo e la realtà, sia una coesione tra l’onto- e la filogenesi.
La continuità e la coerenza garantite da un tale dispositivo tendono a dare sicurezza all’analizzato di fronte alle incognite e, per finire, davanti al mistero rappresentato da un’impresa micropsicoanalitica. Senza capire esattamente né razionalmente cosa accade in lui, l’analizzato sa di essere al centro di un processo di cui percepisce il filo conduttore. Per quanto riguarda l’analista, questo dispositivo gli offre dei punti di riferimento sicuri, dei criteri precisi dell’avanzamento del lavoro e dell’adeguatezza dei suoi interventi, cosa che gli permette di mantenere la sua attenzione fluttuante e la sua neutralità.

Le grandi tappe di una micropsicoanalisi
Lo schema clinico e tecnico di una micropsicoanalisi si disegna con grande chiarezza per il micropsicoanalista: le tappe, le soglie critiche, le rotture, le deviazioni e le riprese.


Prima tappa: la storia della persona
Mentre si familiarizza con la situazione analitica e cerca di conformarsi alla logica associativa della regola fondamentale, l’analizzato comincia a raccontare la propria vita, partendo da dove e da cosa vuole. Impara a lasciarsi andare a dire ciò che gli viene in mente, ma avendo come sfondo la trama della sua vita attuale e passata. A poco a poco, scopre l’importanza che hanno i dettagli, talvolta di per se stessi, ma soprattutto come elementi che collegano fatti, luoghi, persone e sentimenti. Le linee ripetitive della sua esistenza fanno la loro apparizione, si tracciano e si prolungano, sempre più inattese, da cui l’importanza di fare in seduta un primo abbozzo di albero genealogico e di visualizzare qualche fotografia per dare corpo ai personaggi chiave menzionati nel materiale. La continuità associativa si instaura e infonde un ritmo che tende a ripercuotersi da una seduta all’altra. La storia della sua vita prende forma e consistenza, si tratteggia la sua identità con i suoi incrementi, le sue mancanze e i suoi vuoti.
Un primo periodo di una micropsicoanalisi costituisce l’approccio a una vera conoscenza di sé, una prova inedita di onestà che fa riconsiderare un buon numero di a priori e di pregiudizi. Può essere sufficiente per riequilibrare una nevrosi leggera, risolvere dei problemi attuali, alleviare un’ansia o uno stress, delle paure o delle tensioni passeggere. La verbalizzazione associativa nelle sedute lunghe permette spesso di evitare delle ripetizioni negative o infelici, e ciò senza che l’analista debba fare interventi di tipo psicoterapeutico. Per queste ragioni un primo periodo di una micropsicoanalisi si rivela sempre positivo e benefico, tant’è vero che alcune persone non sentono il bisogno di continuare oltre il loro lavoro analitico. In ogni caso, un lavoro di questo tipo è raccomandabile prima di un impegno determinante: matrimonio, progetto di fare un bambino, divorzio, decisione relativa a un’eredità, scelta o cambio di professione... In particolare, un primo periodo è indicato per le donne all’inizio della gravidanza, per prevenire le perturbazioni endo- ed esogene, o ancora per coloro che soffrono di inquietudine all’avvicinarsi della senescenza.
La durata media di questa prima tappa micropsicoanalitica è dalle centoventi alle centocinquanta ore. Essa si apre naturalmente su un materiale attuale e vitale che tiene sempre più in considerazione l’intimità psicocorporea, relazionale e familiare.

Seconda tappa: l’intimità
L’analizzato si implica più personalmente nel lavoro associativo. La sua natura propria comincia a rivelarsi, così come i dettagli della sua vita privata e professionale. Si lascia andare a descrizioni sempre più precise del suo corpo, sia dal punto di vista morfologico e comportamentale sia dal punto di vista delle abitudini nell’abbigliamento, alimentari, d’igiene e di salute. Questa descrizione dettagliata si estende alla sua vita emotiva, caratteriale e sentimentale. La sessualità approfitta di questo contesto per verbalizzare le masturbazioni, i giochi amorosi e i coiti. I primi sogni sostanziosi fanno la loro apparizione e delle fantasie lasciano affiorare i fantasmi soggiacenti. Degli elementi transferali infiltrano naturalmente il materiale e l’analista è amalgamato proiettivamente a certi personaggi importanti della vita. A questo proposito, i rapporti sociali tra analista e analizzati (cene in comune ad una cadenza prestabilita) rivestono una grande importanza: essi permettono di uscire dalla dimensione “parareale” della seduta e di inscriversi in una relazione personalizzata.
Grazie allo studio delle fotografie ed eventualmente delle piantine dei luoghi, tutta questa intimità è pian piano inclusa in linee di ripetizioni che riconducono all’infanzia e alla relazione edipica.

Terza tappa: il complesso di Edipo
L’approfondimento associativo dell’intimità psicocorporea fino ai vissuti utero- infantili e filogenetici mette a nudo Edipo. Nelle sedute lunghe, Edipo non si risolve nel famoso triangolo bambino-madre-padre, ma in un insieme interattivo di pulsioni e di desideri aggressivi e sessuali, di tabù e di difese, di amore e di odio con i loro innumerevoli equivalenti (fedeltà, gelosia, rivalità, rivolta, vendetta...). Effettivamente, se è vero che esiste una bipolarità edipica: il polo incestuoso (desiderio di possedere o di essere posseduto, di fare l’amore, di penetrare o di essere penetrato, di avere o di fare un bambino) e il polo uccisione (desiderio di uccidere nelle sue diverse modalità), il materiale nelle sedute lunghe dimostra che questi due poli non sono così unilateralmente determinati come lo si pretenderebbe; da una parte, sono in interazione e presentano delle faccette che si coniugano o sono in conflitto; dall’altra, i moti incestuosi e omicidi del maschio e della femmina possono (almeno in parte) indirizzarsi al medesimo polo parentale. È in questo senso che Edipo è un complesso e che l’importanza relativa dei suoi diversi elementi deve essere messa in evidenza accuratamente per poter valutare la particolarità dei desideri in gioco e la loro intensità. Tutti questi desideri si scontrano con potenti tabù filogenetici la cui trasgressione espone al rischio di castrazione.
Con Edipo e la castrazione, siamo nel cuore dello stadio fallico che costituisce la base della genitalità e delinea i nostri futuri sostituti. Ma, in questa fase del lavoro, la castrazione fallica può solo accennare la sua elaborazione, dato che il suo rimosso iniziale si situa nella relazione primaria madre-(feto) bambino. Così, a partire da Edipo, la linea di elaborazione si orienta naturalmente verso la madre dei primi diciotto mesi, cortocircuitando lo stadio anale. Ci si rende effettivamente conto che i temi legati al nucleo materno, come la possessività, la gelosia, la dipendenza, l’abbandono, l’esclusione... l’annientamento, diventano predominanti. Questo cortocircuito contravviene allo schema freudiano di un lavoro di analisi che si svolgerebbe geologicamente ripercorrendo gli stadi ontogenetici dagli strati più recenti ai più arcaici: stadio fallico – stadio anale – stadio orale. E, mentre esso si produce fisiologicamente nelle sedute lunghe, al di fuori di questo contesto pone quesiti spesso insolubili. In ogni caso, è inutile forzare sulla castrazione e lo stadio anale fintantoché il complesso materno non sia stato elaborato.

Quarta tappa: il complesso materno
Si tratta qui delle interazioni tra l’embrione-feto e la madre uterina (stadio iniziatico), del vissuto della nascita e della relazione del bambino con la madre durante i primi quindici mesi (stadio orale). A seconda delle caratteristiche materne provenienti dall’elaborazione di Edipo, lo sviluppo associativo si farà piuttosto nel senso della componente defusionale (dai sei ai dodici mesi) e lascerà emergere dei vissuti di rigetto, di abbandono, di esclusione... come dei desideri-fantasmi di distruzione cannibalica, oppure nel senso della fusione (fino ai sei mesi) e stimolerà dei vissuti di dipendenza, di possessività-gelosia... come dei desideri-fantasmi di annientamento. In seguito, queste linee di elaborazione convergono verso la nascita, in particolare verso le circostanze e le condizioni del parto; se, a posteriori, la nascita può rappresentare una liberazione, il parto consiste in un corpo a corpo spesso sanguinoso tra la madre e il suo bambino-pene, la separazione dal quale non può che farsi nell’ambivalenza. Qui tocchiamo il vissuto traumatico fondamentale del bambino, che è stato concepito e si vive come il pene di sua madre ma al tempo stesso percepisce che la madre ne è priva. Dilemma esistenziale poiché “se mia madre non ha il pene, io non esisto”. L’elaborazione di ciò che P. Codoni chiama la castrazione primaria permetterà all’analizzato di ritornare associativamente alla castrazione fallica, di ripermeabilizzare Edipo e di entrare fisiologicamente nello stadio anale.

Quinta tappa: la dinamica anale
La dinamica anale è quella che presenta più resistenze all’investigazione analitica, poiché mette in gioco delle pulsioni di impossessamento e dei processi di controllo altamente aggressivi, in quanto devono assicurare un’apertura psicocorporea del bambino al mondo e agli altri, cosa che equivale ad un cambiamento radicale di identità: il passaggio dallo stadio fusionale-defusionale e narcisistico allo stato di persona a tutti gli effetti. Ormai, il sistema pulsionale deve regolare rigorosamente da un lato la sopravvivenza del bambino, la sua sicurezza, la sua autoconservazione, la padronanza sfinterica degli orifizi fisiologici (organi di senso inclusi) che mantiene l’equilibrio fra l’interno e l’esterno del suo corpo e, dall’altro, sotto il profilo psichico, deve regolare l’interiorizzazione dei vissuti e la loro memorizzazione nell’inconscio. L’aggressività vitale del bambino, fortemente sollecitata per uscire dalla sua totale dipendenza e per preservare la sua autonomia, tende a imballarsi o a bloccarsi, il che determina l’instaurazione di un dispositivo difensivo molto sofisticato, che comporta: l’isolamento per controllare meglio ed evitare la perdita di controllo che attiva la paura della castrazione e la paura di morire; l’annullamento retroattivo per cercare di eliminare i limiti che implica l’isolamento; e la formazione reattiva per opporsi diametralmente al controllo e all’isolamento. Tutta questa meccanica complessa ma estremamente precisa forma l’alveo della nevrosi ossessiva sistematizzata o di una delle sue varianti minori: la nevrosi da fallimento, la nevrosi di carattere, i DOC... Questa meccanica anale è così potente e di una tale necessità vitale da infiltrare retroattivamente lo stadio iniziatico-orale e anteroattivamente lo stadio fallico.
L’intrico dell’aggressività di impossessamento, specialmente nella sua forma di controllo sfinterico, e dell’erogeneità anale trova la sua espressione nel sadomasochismo: il piacere o il godimento sessuale proviene dalla sofferenza inflitta o subita nel dominio psicocorporeo che puo spingersi fino alla reificazione. Le componenti sadiche e masochistiche sono interdipendenti. La descrizione minuziosamente dettagliata del materiale quotidiano fa prendere coscienza delle sottigliezze impiegate per esacerbare il sadismo altrui fino alla scarica delle proprie pulsioni masochistiche.

Schemi pratici di una micropsicoanalisi

Se si tiene conto delle grandi tappe che caratterizzano lo svolgimento associativo del lavoro in sedute lunghe, si possono considerare due schemi pratici di micropsicoanalisi: la micropsicoanalisi continua e la micropsicoanalisi a periodi.

La Micropsicoanalisi continua
Idealmente, si può fare in circa un anno. È un’esperienza straordinaria, possibile in caso di nevrosi leggere, ben compensate e nelle quali da una tappa all’altra non è necessario un tempo specifico di sedimentazione, cioè di recupero energetico e di stabilizzazione. Di solito, la micropsicoanalisi continua comporta tre periodi di lavoro separati da due fasi di riposo, di sedimentazione e di ripresa di contatto con la realtà socio-affettiva e professionale. In uno schema siffatto realizzabile in due anni, la frequenza delle sedute può eventualmente essere portata a un minimo di tre alla settimana, purché il ritmo associativo non ne sia perturbato. Questo tipo di micropsicoanalisi è indicato per le persone che hanno bisogno di un certo maternage o che sopportano difficilmente le rotture, come nel caso particolare delle sindromi da dipendenza, dei maniaco-depressivi, degli schizofrenici in fase non delirante, dei casi limite e delle depressioni ricorrenti.

La Micropsicoanalisi a periodi
Questo è lo schema più fisiologico, soprattutto se riesce a inscriversi in una durata totale di cinque anni. È anche lo schema che risponde meglio agli obblighi della vita moderna. I periodi da centoventi a centocinquanta ore si calcano naturalmente sulle grandi tappe e i gradini dello svolgimento di una micropsicoanalisi. Per esempio, centocinquanta ore sono generalmente sufficienti per ottenere la storia associativa della persona e le sue grandi linee ripetitive (prima tappa), per entrare nella sua intimità psicocorporea abbastanza da vedere accennarsi i due poli edipici (seconda tappa), per fare un’analisi approfondita del complesso di Edipo (terza tappa); però, il complesso materno (quarta tappa) e soprattutto la dinamica anale (quinta tappa) hanno bisogno di più tempo e, in condizioni ottimali, possono essere analizzati in due o tre periodi di centoventi ore ciascuno. Ogni periodo è seguito da un tempo di sedimentazione da sei a nove mesi durante il quale, se ve ne è bisogno, l’analizzato può fare qualche seduta di mantenimento per fare il punto, per analizzare un sogno che gli sta a cuore, una ripetizione che gli pone un problema od ogni altra questione che gli sembri importante.

La Micropsicoanalisi, con le sue innovazioni pratiche, si inscrive sia nella continuità del lavoro freudiano, centrato sul pensiero associativo e sulla disponibilità dell’analista, sia nella necessità di sedute lunghe che esige un lavoro psichico svolto in profondità.

 

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